“Ma ho scoperto che ogni volta che sono tentato dalla rabbia e dall’odio, immediatamente mi accorgo di smarrire il contatto quotidiano con mio figlio, che ancora sento vivere in me. Qualcosa si inceppa. (…)

    Noi, israeliani e palestinesi che abbiamo perso nelle nostre guerre coloro che ci erano più cari, più cari ancora della nostra stessa vita, noi siamo destinati a toccare la realtà attraverso una ferita ancora sanguinante. Chiunque abbia riportato una simile ferita sa fino a che punto la vita è fatta di grandi concessioni, di infiniti compromessi. Sono convinto che il lutto ci rende più lungimiranti, tutti noi convenuti qui stasera. Lungimiranti per quel che riguarda i limiti della forza, per qual che riguarda l’illusione che sempre accompagna chi la esercita. Ci sentiamo anche più sospettosi, più di quanto non lo fossimo prima della tragedia, e ci sentiamo invadere dal ribrezzo davanti allo sfoggio di futile orgoglio, alle espressioni di arroganza nazionalistica, ai discorsi vanagloriosi dei capi di governo. No, tutto questo non ci insospettisce nemmeno più: siamo diventati allergici.”

    (…) La strada per risolvere l’immensa complessità dei rapporti che intercorrono tra Israele e i palestinesi può riassumersi in una formuletta: se i palestinesi non hanno una casa, nemmeno gli israeliani potranno averne una. Ma anche l’opposto è vero: se Israele non ha una casa, nemmeno la Palestina sarà casa per il suo popolo.”

    (dal discorso di David Grossman nell’aprile 2018 alla cerimonia organizzata dal “Parents Circle-Families”, che riunisce i parenti israeliani e palestinesi di vittime delle guerre o degli attentati)

    David Grossman con il figlio Uri, morto il 12 agosto 2006 nella guerra in Libano

    David Grossman, scrittore israeliano, figlio di un immigrato ebreo-polacco, nato a Gerusalemme nel 1954, è conosciuto per il suo grande talento letterario e per il suo instancabile impegno per una soluzione pacifica e giusta dell’interminabile conflitto israelo-palestinese. 

    L’esperienza della guerra era entrata nella sua vita di giovane soldato di leva nella guerra dello Yom Kippur (1973). Vi entrerà di nuovo in modo lacerante nel 2006, quando Israele lanciò un’offensiva nel Sud del Libano contro le milizie degli Hezbollah. Grossman l’aveva sostenuta come legittima difesa, salvo poi lanciare, assieme agli scrittori Amos Oz e Abraham Yehoshua, un appello al governo per un cessate il fuoco. 

    Il 12 agosto, due giorni prima della fine dei combattimenti, il figlio Uri ventunenne, comandante di un carro armato, viene ucciso da un missile. 

    Il 17 agosto il padre tiene l’orazione funebre per il funerale del figlio. Un discorso commovente, che dice cos’è un cuore di padre. Ma proprio nell’esprimere tutto il dolore suo e della famiglia per il figlio morto, il cuore si apre al dolore di tutti i colpiti dalla tragedia di un conflitto senza fine, che corrompe la società e gli animi. 

    Da questa profonda ferita un rinnovato impegno a tutto campo affinché i due popoli abbiano finalmente una casa, non una fortezza, e l’inimicizia corruttrice diventi possibilità di un nuovo sguardo di riconciliazione.  

    Mio caro Uri, sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con “non”. Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà più questo ragazzo dallo sguardo ironico e dallo straordinario senso dell’umorismo. Non ci sarà il giovane uomo dalla saggezza molto più profonda di quella dei suoi anni, dal sorriso caloroso, dall’appetito sano. Non ci sarà quella rara combinazione di determinazione e delicatezza. Non ci saranno il suo buon senso e l’assennatezza del suo cuore.
        Non ci sarà l’infinita tenerezza di Uri e la tranquillità con cui placava ogni tempesta, non vedremo insieme i Simpsons o Seinfeld, non ascolteremo con te Johnny Cash e non sentiremo il tuo abbraccio forte e rassicurante. Non ti vedremo camminare e parlare con Yonatan (il fratello maggiore ndr) gesticolando con foga, abbracciare Ruti (la sorella più piccola ndr), a cui volevi tanto bene. 

    Uri, amore mio, per tutta la tua breve vita abbiamo imparato da te. Dalla tua forza e dalla determinazione di seguire la tua strada, anche quando non avevi possibilità di riuscita. Abbiamo seguito stupefatti la tua lotta per essere ammesso al corso di comandanti di tank. Non ti sei arreso ai tuoi superiori, sapevi di poter essere un buon comandante e non eri disposto a dare meno di quanto potevi. E quando l’hai spuntata, ho pensato, ecco un ragazzo che conosce semplicemente e lucidamente le sue possibilità. Senza pretese, senza arroganza. Che non si lascia influenzare da quello che gli altri dicono di lui. Che trova la forza dentro di sé. Sei stato così fin da piccolo. Vivevi in armonia con te stesso e con chi ti stava intorno. Sapevi qual era il tuo posto, eri consapevole di essere amato, conoscevi i tuoi limiti e le tue virtù. E davvero, dopo aver piegato l’intero esercito, ed essere stato nominato comandante, era chiaro che tipo di comandante e uomo eri. E oggi i tuoi amici e i tuoi subordinati raccontano del comandante e dell’amico, di quello che si alzava per primo per organizzare tutto e che si coricava solo dopo che gli altri già dormivano.

    (…) Eri il “sinistroide” del tuo battaglione, ma eri rispettato, perché mantenevi le tue posizioni senza rinunciare ai tuoi doveri militari. Ricordo che mi hai raccontato della tua “politica dei posti di blocco”, perché anche tu sei stato non poco ai posti di blocco. Dicevi che se c’era un bambino nell’auto che avevi fermato, innanzi tutto cercavi di tranquillizzarlo e di farlo ridere. E ricordavi a te stesso che quel bambino aveva più o meno l’età di Ruti e quanta paura aveva di te e quanto ti odiava, e a ragione. Eppure facevi di tutto per rendergli più facili quei momenti tremendi, compiendo al tempo stesso il tuo dovere, senza compromessi.

    (…) In questo momento non dico nulla della guerra in cui sei rimasto ucciso. Noi, la nostra famiglia, l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l’illimitato sostegno.

    Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. È forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare. Vorrei che potessimo essere più sensibili gli uni nei confronti degli altri. Che potessimo salvare noi stessi ora, proprio all’ultimo momento, perché ci attendono tempi durissimi.

    Uri era un ragazzo molto israeliano. Anche il suo nome è molto israeliano, ebreo. Uri era il compendio dell’israelianità come io la vorrei vedere. Un’israelianità ormai quasi dimenticata. Spesso considerata alla stregua di una curiosità. Talvolta, guardandolo, pensavo che fosse un ragazzo un po’ anacronistico. Lui e Yonatan e Ruti. Bambini degli anni cinquanta. Uri, con la sua totale onestà e il suo assumersi la responsabilità per tutto quello che gli succedeva intorno. Uri sempre in “prima fila”, su cui poter contare. Uri con la sua profonda sensibilità verso ogni sofferenza, ogni torto. E capace di compassione. Una parola che mi faceva pensare a lui ogni qualvolta mi veniva in mente. Era un ragazzo con dei valori, parola molto logorata e schernita negli ultimi anni. Nel nostro mondo a pezzi e crudele e cinico non è “tosto” avere dei valori. O essere umani. O sensibili al malessere del prossimo, anche se quel prossimo è il tuo nemico sul campo di battaglia. Ma io ho imparato da Uri che si può e si deve essere sia l’uno che l’altro. Che dobbiamo difendere noi stessi e la nostra anima. Insistere a preservarla dalla tentazione della forza e da pensieri semplicistici, dalla deturpazione del cinismo, dalla volgarità del cuore e dal disprezzo degli altri, che sono la vera, grande maledizione di chi vive in una area di tragedia come la nostra.

    (…) Cari amici, nella notte tra sabato e domenica, alle tre meno venti, hanno suonato alla nostra porta. Al citofono hanno detto di essere “gli ufficiali civici”. Sono andato ad aprire e ho pensato, ecco, la vita è finita.

       Ma cinque ore dopo, quando io e Michal siamo entrati nella camera di Ruti e l’abbiamo svegliata per darle la terribile notizia, Ruti, dopo il primo pianto, ha detto: “Ma noi vivremo, vero? Vivremo come prima. Io voglio continuare a cantare nel coro, a ridere come sempre, a imparare a suonare la chitarra.” Noi l’abbiamo abbracciata e le abbiamo detto che vivremo. E Ruti ha anche detto: che terzetto stupendo eravamo, Yonatan, Uri e io. E siete davvero stupendi. E anche le coppie all’interno del terzetto. Yonatan, tu e Uri non eravate solo fratelli ma amici, nel cuore e nell’anima. Avevate un mondo vostro e un vostro linguaggio privato e un vostro senso dell’umorismo. Ruti, Uri ti voleva un bene dell’anima. Con quanta tenerezza si rivolgeva a te. Ricordo la sua ultima telefonata, dopo aver espresso la sua felicità per la proclamazione all’Onu del cessate il fuoco, ha insistito per parlare con te. E tu hai pianto, dopo. Come se già sapessi. La nostra vita non è finita. Abbiamo solo subito un colpo durissimo. Troveremo la forza per sopportarlo dentro di noi, nel nostro stare insieme, io, Michal e i nostri figli e anche il nonno e le nonne, che amavano Uri con tutto il cuore – “Neshuma”, lo chiamavano, perché era tutto Neshamà, anima – e gli zii e i cugini e tutti i numerosi amici della scuola e dell’esercito che ci seguono con apprensione e affetto.

        E troveremo la forza anche in Uri. Aveva forze che ci basteranno per tantissimi anni. La luce che proiettava – di vita, di vigore, di innocenza e di amore – era tanto intensa che continuerà a illuminarci anche dopo che l’astro che la produceva si è spento.

    Amore nostro, abbiamo avuto il grande privilegio di stare con te. Grazie per ogni momento che sei stato con noi.

    Papà, mamma, Yonatan e Ruti.

    (orazione funebre per Uri Grossman, 17 agosto 2006)

    Subscribe
    Notificami
    guest
    0 Commenti
    Inline Feedbacks
    View all comments